Le “invasioni barbariche”, che misero in ginocchio l'Impero Romano si verificarono, per un verso, per l'incapacità dei Romani di resistere alle pressioni esterne, per l'altro a causa dell'ignavia di una società, divenuta imbelle che, abbacinata com'era dal proprio benessere, sperava di utilizzare i nuovi venuti per perpetuare la “dolce vita” che ritenevano fosse loro assicurata dal “fato”.
Quando esaminiamo le reazioni che si scatenano oggi, nel nostro Paese, di fronte al fenomeno dell'immigrazione, dobbiamo quindi preliminarmente accertare di che cosa parliamo: ci si trova di fronte ad una invasione o ad un normale fenomeno di immigrazione?
Io temo purtroppo che il fenomeno che molti considerano intollerabile abbia essenzialmente le caratteristiche di una invasione facilitata peraltro da molti Italiani, talora per malinteso buonismo, talaltra per il desiderio di disporre di mano d'opera a basso prezzo, talaltra ancora dalla volontà di abbattere la nostra civiltà, grazie all'immissione di soggetti che hanno tutt'altre tradizioni e che, affluendo numerosi e in modo incontrollato, non potrebbero mai integrarsi.
La nostra società ha stabilito giustamente principi che assicurano e garantiscono diritti inalienabili ai propri cittadini: così nessuno può subire “violenza” da parte dello Stato che non sia legittimata da vari gradi di giudizio, sia in sede penale che in campo amministrativo. La circostanza che le decisioni definitive del giudice penale e di quello amministrativo si facciano attendere per lustri, se non addirittura per decenni, va condannata con forza quando coinvolge cittadini italiani.
Peraltro, il fatto che in queste condizioni di inefficienza dell'apparato giudiziario, le stesse guarentigie si applichino anche agli “invasori”, a coloro cioè che si installano nel nostro Paese da clandestini, è assolutamente intollerabile. In una situazione del genere, è inevitabile che la gente si ribelli; che veda in ogni “straniero” un potenziale “invasore”; che eviti ogni contatto con lui e che lo guardi con sospetto; che eviti il suo sguardo, quando lo incontra per strada, quasi che fosse una larva senza volto. Occorre dunque, nella condizione data, che ai “clandestini” venga applicata una normativa specifica che tenga conto appunto della loro specifica qualità di soggetti che non hanno nessun titolo per vivere sul nostro territorio.
Per evitare scappatoie, occorre che la legge stabilisca in modo tassativo che ogni persona sia tenuta a dimostrare la ragione per cui legittimamente si trova nel nostro Paese, esibendo documenti incontrovertibili. Chi non lo può fare deve essere considerato un “clandestino”:
- devono essere prese le sue impronte digitali e va accompagnato alla frontiera senza indugio;
- se non ha la possibilità o la volontà di ritornare nel proprio paese, deve essere rinchiuso in un campo di lavoro, essenzialmente perchè possa in tal modo mantenersi;
- nel campo di lavoro dovrà poi restare rinchiuso fino a quando non sarà in grado, o fino a quando non vorrà, effettivamente tornare al proprio paese;
- di ciascun “clandestino” sarà poi opportuno che siano conservati gli estremi in una banca dati, perché gli possa essere interdetto, dopo l'espulsione, qualsiasi ulteriore accesso al territorio nazionale per un periodo di tempo correlato al comportamento tenuto dopo essere stato scoperto.
Faenza, 27.5.08
Il Presidente del Circolo della libertà E. Sogno
( Avv. Gian Piero Donati)
N.B. L' editoriale del Presidente puntualizza le sue personali posizioni. Le valutazioni vogliono essere di stimolo ad interventi dei cittadini, e degli stessi aderenti al Circolo, che potranno liberamente esprimersi sulle tesi formulate, determinando un libero dibattito, che potrà poi intensificarsi nel tempo.
Nessun commento:
Posta un commento